L’Uomo Tinto

L’uomo tinto, lo riconosci da quel retrogusto mogano che ha sul ciuffo.

Non c’è capello al mondo che abbia naturalmente quel colore, e la cosa grave è che l’uomo tinto (da qui in poi, per brevità, lo chiameremo UT) lo sa.

O meglio, lo sapeva fino a quando non ha cominciato a veder spuntare i primi capelli bianchi.

Generazioni intere di uomini hanno deriso Pippo Baudo per la chioma everbrown, eppure, alla prima avvisaglia di canizie, si sono ritrovati a ripercorrerne la traccia moro/rossiccia, divenendo di conseguenza UT.

Cosa potrà mai portare un essere umano a cambiare così radicalmente idea in merito a ciò che è opportuno o non opportuno fare di fronte al naturale avvicendarsi delle stagioni della vita?

Per me, la corsa alla tintura per capelli, nell’uomo, è fonte di perenne sconcerto. Mi rendo conto di quanto sia sessista e retrogrado, da parte mia, ritenere che solo la donna abbia l’appannaggio sul ritocco colore: però lo ammetto, solo il gentil sesso, per me, può decidere se e come contrastare la natura dei propri capelli. Il Vero Uomo deve semplicemente prenderne atto. 

Ma beati Loro, che con le basette sale e pepe cominciano a diventare “interessanti”, mentre noi donne al primo capello bianco cominciamo a sentire le pressioni sociali dell’orologio biologico.

Donne, madri, sorelle, mogli e fidanzate tutte: impedite ai vostri Veri Uomini di diventare UT!

Pensate al futuro che vi aspetta, alle discussioni sulla necessità di ritoccargli la ricrescita, alle lagne sui riflessi che gli sono venuti rossicci invece che biondi, ai potenziali incontri sulla sedia del parrucchiere, voi coi rolli in testa e lui con la fanghiglia che gli cola sulla fronte e lo fa sembrare regredito allo stato di Neanderthal… Non arrendetevi! Voi potete impedirlo!

Lo scempio può aver fine: conto su voi tutte.

 

P.S. La prossima battaglia a cui sarete chiamate è ancora più impegnativa, per cui vi consiglio di cominciare a far pratica. Ebbene sì, in futuro vi coinvolgerò in un’impresa ancora più ardua: la lotta al Riporto. Impediamo agli uomini che amiamo (i nostri padri, i nostri nonni, i nostri zii…) di farsi del male.

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Sono pallida: rassegnatevi.

“L’estate sta finendo e un anno se ne va. Sto diventando grande, lo sai che non mi va”.

Così diceva l’immortale duo di poeti chiamato Righeira.

Correvano gli anni ’80, un’epoca in cui l’abbronzatura selvaggia regnava sovrana. C’era gente che viveva seduta sulla sdraio con una specie di ventaglio di carta stagnola appoggiato al viso, donne che si ungevano di Olio Johnson per friggere meglio, congreghe di debosciati che si passavano l’un l’altro ricette casalinghe per finire all’ospedale nel reparto “Grandi Ustionati”.

C’erano, e credete a me: ci sono ancora.

Possono essere passati trent’anni, ben tre decenni di campagne per l’abbronzatura sicura, happening contro il melanoma, camioncini brandizzati dai maggiori marchi di farmacia per lo skin check dei nei, ma non è cambiato nulla, sulla spiaggia.

Io arrivo sul bagnasciuga e tutti si sentono più abbronzati.

Sono nata pallida. Ho una carnagione lattescente, sulla quale la melanina è estremamente mal distribuita in tanti nei, piccoli e grandi. Non sono ai livelli di Bruno Vespa, questo sì, ma la cosa non mi consola. Cerco di pensare il meno possibile a questa mia condizione di quasi-albina, e ci riuscirei, se non fosse che ogni anno, a partire dalla mezzanotte del 31 maggio, il mio colorito diviene argomento di conversazione.

Più o meno, le domande sono sempre le stesse.

“Ma quando vuoi andare a mare?”. Io vado a mare, solo che uso una protezione molto alta e passo la maggior parte del tempo sotto l’ombrellone.

“Ma ti vuoi abbronzare o no?”. No.

Di recente si è aggiunta una variante particolarmente irritante: “Anche tu fai parte di quella schiera di persone che ritengono che non abbronzarsi sia da nobili?”. La nobiltà di una persona non si evincerà dal suo colorito, ma la sua intelligenza sicuramente può essere vagliata dal fatto che ponga o non ponga domande di questo genere.

Io non capisco perché, anno dopo anno, devo essere sottoposta a questo genere di razzismo alla rovescia. Sono oggetto di occhiate perplesse, di frecciatine, trattata come una che vuole fare l’originale a tutti i costi, e quando spiego le mie motivazioni non ci crede nessuno. Tutti vogliono consigliarmi il modo migliore per biscottarmi e qualcuno ancora si gioca la gag trita e ritrita dei Ringo Boys, avvicinandosi a me per poter emulare il famigerato biscotto bianco e nero paragonando la mia abbronzatura alla propria.

Non lo sopporto.

Sono anni che ho fatto pace col mio colorito: so che più di beige non vuole diventare e io non lo forzo, perché – semplicemente – mi pare non ne valga particolarmente la pena. Ho trovato un autoabbronzante decente che mi consente di raggiungere un livello accettabile di colorito, giusto per sentirmi più estiva, ma per il resto non sono disposta a fare di più per ovviare ai miei limiti melaninici. Odio stare al sole e sudare, per me la cosa più bella da fare, in spiaggia, è starmene sotto l’ombrellone a leggere. La protezione 50+ è fedele compagna delle mie prime esposizioni, poi passo ad un SPF 30 e lì rimango, senza farmi particolari crucci. Conosco gente che calcola i tempi di esposizione per centimetro quadrato e tutto ciò mi crea veramente disagio, con questa vaga suggestione da girarrosto che trasmette l’idea di doversi girare e rigirare per arrostirsi con uniformità.

Io, però, non ho mai biasimato nessuno per la propria abbronzatura, e sì che la scienza mi appoggerebbe. Saranno anche passati 30 anni dagli anni ’80, ma mi pare che l’allure biscottato vada sempre abbastanza forte. Tra l’altro, mi risulta che le Lampados siano sempre piuttosto apprezzate, o sbaglio? Molti mi consigliano una bella trifacciale o una total body: non sia mai. Ma come, faccio tanto per usare creme viso con filtri “da città” tutto l’anno e poi vado a friggermi sotto i raggi UVA? Eppure, nonostante si sappia che bene non fanno, continuano ad essere molto amate, da donne e uomini in egual misura.

Io sogno un domani in cui le mie estati trascorreranno serene senza dover rendere conto a nessuno del mio pallore, un futuro in cui nessuno mi giudicherà per il colore della mia pelle.

Ebbene sì: sogno un mondo migliore.

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La donna a cui dedicano i rossetti

Quando Eva convinse Adamo a dare un bel morso al frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, Dio la cacciò dal Paradiso assieme al suo compagno e le disse: tu partorirai con dolore.

Bella rogna.

Laddove l’epidurale ha rimediato alquanto a questa primordiale sfiga, ci sono cose davanti alle quali la donna d’oggi, rispetto alla sua capostipite, è messa ancora peggio. Oltre a varie scomodità conosciute anche all’epoca di Eva, immagino, la Donna Moderna (quella vera, non quella del giornale) deve vedersela anche con Monica Bellucci.

Ah, Eva, Eva: anche tu combattevi mensilmente con certi eventi fisiologici nella femmina in età fertile, anche tu guadagnavi meno di Adamo a parità di qualifiche ed impieghi, anche tu eri oggetto di battute sessiste da parte degli amici di tuo marito. Però Monica Bellucci, ai tempi tuoi, non c’era.

Dico io, di tutte le epoche al mondo in cui questa creatura dalla bellezza soprannaturale poteva trovarsi a vivere, doveva scegliere proprio la mia? Possibile che questa donna divenga più bella ogni giorno che passa? E se non è possibile ciò, possibile allora che divengano sempre più bravi i grafici che la ritoccano a Photoshop?

Ho visto di recente la sua foto nella pubblicità del Rouge Monica, il nuovo rossetto di Dolce & Gabbana: Eva, scommetto che quando eri giovane tu, non dedicavano rossetti alle donne, per bellissime che fossero. La pischelletta ha da tempo superato le 40 primavere e la taglia 40, ma è sempre fresca come una rosa, sensuale, soda, ammirata e desiderata. Noi comuni mortali non possiamo avere nemmeno la soddisfazione di vederla sfiorire, no: passa il tempo e Monica è sempre lì, statuaria, bella di una bellezza che non conosce paragoni.

Come si combatte una così? Come può l’autostima di tutte noi sopravvivere a cotanta sdegnosa, impareggiabile, inspiegabile, sontuosa beltà? E, soprattutto, come si fa a passare sopra al fatto che è pure sposata al più bello dei brutti, il sexissimo Vincent Cassel?

Cara Eva, a Monica dedicano rossetti e a noi non rimane che l’umiliazione di acquistarli, sperando che un po’ si rimanga contagiate dal suo charme.

Bella rogna anche questa, p***a Eva. 

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Beige Brigitte

Ho sempre pensato che il nostro tempo su questa terra sia troppo breve per limitarsi ad essere una donna sola: se chiedete a me, più personalità si riescono ad esprimere nell’arco della propria esistenza, meglio è.

Perché, dunque, incatenarsi a vita al “Rosso Moana”, quando si può anche diventare una sofisticatissima ragazza da “Beige Brigitte”, seppure solo per una notte?

Dicesi “Beige Brigitte” quel tipo di rossetto che definire “nudo” è francamente limitativo: il “Beige Brigitte” annulla il colore delle labbra, è un colore-non-colore che fa da contraltare perfetto al make-up occhi più intenso.

Smoky eyes? Beige Brigitte!

La portabandiera di questo stile (lo avrete intuito) è la mai abbastanza celebrata BB, Brigitte Bardot: vestita sempre come se stesse tornando all’alba da una festa in spiaggia, pettinata con i petardi, eppure immancabilmente glamour. 

La donna che indossa bene il Beige Brigitte, questa difficilissima nuance, è persino più letale di quella che ha fatto del Rosso Moana il suo marchio di fabbrica: innanzitutto, perché bisogna essere davvero benedette da un viso e da un incarnato da divinità pagana, per non risultare slavate con un colore così smorto sulle labbra. Poi, perché diciamocelo: la donna BB è una gatta morta esagerata.

La vedi lì, con la sua codina di eyeliner, che fa la misteriosa sbattendo le ciglia lunghe all’indirizzo del malcapitato su cui ha posato gli occhi. Costui la crede innocua, perché lei gli sembra tanto una brava ragazza, visto il suo rossetto discreto e l’aria nonchalante.

Povero illuso!

La donna dal rossetto Beige Brigitte punta dritta alla giugulare.

Personalmente, lo avrete già capito, non ho ancora trovato il punto giusto di Beige Brigitte che mi doni abbastanza da poter dire: è lui, il mio BB. Sfortunatamente, sono palliduccia e tondetta, quindi possiamo tranquillamente dire che il mio tentativo di emulare la Santa patrona di Saint-Tropez è proprio un’impresa disperata.

Ma non demordo: tutte le donne hanno diritto di fare almeno una volta la gatta morta, nella vita :-)

 

 

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L’Amore illimitato per le edizioni limitate.

Sarà capitato anche a voi: di avere una musica in testa, certo, ma anche di innamorarvi dell’ennesima palette di ombretti beigiolini.

Ad occhio inesperto, essa appare trita e ritrita, ma ai nostri occhi di beauty addicted è invece tutta un’altra storia. Eh sì, perché sul packaging, questa volta, hanno disegnato il logo a destra piuttosto che a sinistra e per questo te la chiamano “edizione limitata”.

Io credo di aver toccato il fondo del mio processo di abbrutimento quando ho preso una fissa per il Premier Rouge di Chanel: un rossetto rosso come ce ne sono a bizzeffe, anche fra le stesse referenze dei lipstick Chanel. Però quello era il primo rouge che la mitica Coco aveva lanciato: alla consueta motivazione di acquisto (legittimissima, tra l’altro: puro sciupìo cosmetico), scattava l’upgrade dovuto all’intento archeologico. Io non volevo un rossetto, no: se mai mi avessero chiesto di scrivere un libro di storia del costume, come mai avrei potuto prescindere dal dedicare un capitolo a parte alla mia esperienza col Premier Rouge di Chanel?

Negli anni, ho atteso ogni collezione stagionale dei grandi brand della cosmesi con la piena consapevolezza che avrei adorato e desiderato qualsiasi cosa mi avrebbero propinato, dal giallo canarino sulle unghie (ancora Chanel), al nero corvino sulle labbra (Yves SaintLaurent, Givenchy), dalle sopracciglia di pizzo (Lancôme), alle ciglia finte con gli strass rossi (un omaggio in pieno stile Make Up Forever al Moulin Rouge).

Ancora oggi mi mordo le mani per non aver approfittato della bellissima palette Les Coromandels (Chanel, sempre Chanel) ispirata ai paraventi di coco in Rue Cambon. Non so se avrei avuto il coraggio di deturpare i bellissimi decori impressi sulla cialda, nondimeno ancora oggi la desidero fortemente e cerco di accaparrarmela quelle rare volte che ancora fa capolino su Ebay.  

La mia è follia, lo so. Mi consola però il sapermi in buona compagnia.

Sapete cosa mi ha impedito di far entrare il famigerato Premier Rouge di Chanel nella mia vita?

L’impossibilità di acquisto.

Ebbene sì: il rosso più banalmente rosso che c’è era andato esaurito.

Acquistato in massa da un’orda di consumatrici affamate di edizioni effimere Chanel ed esaurite a loro volta.

Come me.

 

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Volevo essere Raperonzolo.

Questo post potrebbe chiudersi già col titolo, che credo sia ampiamente esplicativo.

Siccome, però, io considero il blogging come una forma alternativa e supereconomica di autoanalisi, oggi ho deciso che dovrete sorbirbi il mio pistolotto tricologico.

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C’era una volta una bambina dai capelli ricci ricci che li voleva (come spesso capita) lisci lisci, o al massimo ondulati ondulati.

La bambina (che chiameremo Profumissima) aveva una nonna non troppo paziente dalle ambizioni di coiffeuse (una combinazione a dir poco letale) che ogni mattina, prima di farla andare a scuola, la faceva sedere sulla sua seggiolina di legno e le pettinava i capelli crespissimi e indomabili in due strette trecce.

Profumissima sopportava l’inenarrabile supplizio di farsi straziare a colpi di spazzola dalla nonna perché sapeva che, una volta sciolti i capelli a fine giornata, li avrebbe trovati piacevolmente ondulati, come si conviene ad ogni eroina delle favole.

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Questa favola, purtroppo, non ha un lieto fine: è dall’infanzia che combatto coi miei capelli, e quando penso di essere sul punto di firmare l’armistizio con loro, ecco che qualcosa manda all’aria la trattativa.

Da anni, ad esempio, ho capito con un certo rammarico di non essere donna da capelli corti. Vorrei tanto essere una persona svelta, pratica, moderna, grintosa, ma in realtà quello che voglio è avere una lunga chioma fluente che ondeggi al mio passaggio.

Ho capito di avere un serio problema con tutta questa iconografia legata alle eroine in stile Raperonzolo quando mi sono ritrovata a seguire con gli occhi i capelli di Romina Power, che scuoteva il crine al ritmo di “Felicità” mentre il marito Al Bano gorgheggiava al suo fianco in non so quale trasmissione televisiva anni ’80. Da quel momento, ho deciso che avrei provato anch’io ad avere capelli lunghissimi.

Ci sono voluti anni, litigi (io e i parrucchieri non andiamo d’accordo), integratori, olii nutrienti e disciplinanti, impacchi, spazzole agli ioni: alla fine, ci sono riuscita.

Negli ultimi mesi avevo raggiunto qualcosa che mi era stato precluso per anni: il complimento tricologico. “Che bei capelli che hai, Profumissima!”, “Oh, come ti invidio, Profumissima!”, “Sono stupendi, ma come fai, Profumissima?”. E, come nelle peggiori favole, sul mio cammino si è posto il parrucchiere cattivo, con le sue forbici appuntite.

Gabbandomi con l’allettante promessa di una ulteriore crescita miracolosa (“Solo una spuntatina, giusto per rafforzarli!”), me li ha mozzati. Ora sono ancora lunghi, ma terribilmente storti e informi.

Sono disperata e cerco redenzione. Forse potrei andare a trovare il criminale con una di quelle macchinette che si usano per tosare le pecore e potrei rendergli la pariglia con un taglio alla “ultimo dei Mohicani”. Questo di sicuro non mi renderebbe indietro i miei capelli, ma immagino che renderebbe giustizia a noi “Rapunzel-wannabes“.  

…e allora sì che vivremmo tutte felici e contente. 

 

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L’ombretto azzurro di Barbie.

Dicono che Barbie abbia fatto molti danni al femminismo.

Fianchi stretti, gambe lunghe, seno prorompente su sorriso sempiterno, la bionda signorina dallo sguardo fisso nel vuoto ha condizionato molte giovin fanciulle nel maturare rosee aspettative sul proprio futuro sviluppo fisico.

Io, che ho la tendenza a maturare rosee aspettative anche nei confronti della risoluzione autonoma del disordine sulla mia scrivania, ci sono rimasta un po’ male, crescendo, quando mi sono finalmente resa conto del fatto che no, non sarei mai diventata automaticamente bionda, magra e pettoruta, e soprattutto che no, l’ombretto azzurro (vero marchio di fabbrica della bambola Mattel, negli anni ’80) non sarebbe stato bene a me quanto stava a lei. Altro che principe azzurro: io sono cresciuta nel mito dell’ombretto azzurro.

Il decennio delle maxi spalline, nell’ambito del quale è avvenuta la mia formazione socio-culturale, è stato davvero tosto per le donne. Sopracciglia selvagge, abiti con stampe enormi, capelli frisé: un tripudio di trend difficilissimi da portare. Negli anni ’80, l’ombretto azzurro era un must: manco a dirlo, a Barbie stava benissimo. Tra l’altro, lei lo abbinava anche bene, con quel suo rossetto rosa candy che su quel sorriso Durban’s faceva davvero figura.

A me, però, l’ombretto azzurro sta malissimo. Mi fa uno effetto strano, pacchiano, volgare. Più Moira Orfei che Barbie, per intenderci. In onore della mia amica di plastica, non appena ho cominciato a prendere gusto col trucco, ho provato a replicare i look ammirati nell’infanzia. Gli esiti, purtroppo, sono stati disastrosi.

L’ombretto nella venerazione del quale ho trascorso gli anni della crescita si è rivelato essere una vera delusione, addosso a me.

E’ stato allora che ho abbracciato i colori naked. E che ho capito che voglio ancora essere Barbie, ma una Barbie a modo mio :-) Con buona pace delle femministe!

Post Scriptum: la Mattel, negli anni ’80, produceva una linea da bagno di Barbie che profumava di paradiso… chi se la ricorda? Che darei per avere ancora un flaconcino di bagnoschiuma!

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Rosso Moana

Dicesi “Rosso Moana” il rossetto rosso-che-più-rosso-non-si-può: c’è chi lo usa solo nelle occasioni speciali, chi ne ha fatto un marchio di fabbrica, chi non lo approccia neanche in fase di testaggio-selvaggio in profumeria perché crede faccia troppo donna di malaffare e non vuole lasciarsi sorprendere nemmeno dalle commesse con un simile arnese in mano.

In effetti, il Rosso Moana è per definizione un rossetto talmente luminoso da emettere una… luce rossa, non credo ci sia bisogno di altro dettaglio per rendere l’idea.

Fino a qualche anno fa, io stessa non osavo andare in giro col Rosso Moana sulle labbra. Inventavo cento e mille scuse pur di non ammettere davanti a me stessa che dentro di me albergava la donna che voleva indossare questo colore. Sono troppo pallida, dicevo. Ho la bocca piccola. La fronte alta. Il gomito che fa contatto col piede.

Poi, un giorno, ho deciso: oso.

E non è che io abbia deciso di osare in un posto qualsiasi: sono andata col Rosso Moana in ufficio.

Ora, non so se dietro alle mie spalle i colleghi ridacchino e inventino frizzi e lazzi sul mio conto, ma per il momento non sono stata licenziata per l’aver indossato un rossetto rosso rosso al lavoro.

Certo, non l’ho abbinato ad una scollatura vertiginosa, a tacchi a spillo e calze a rete: quando lo si indossa, il Rosso Moana vuole essere il protagonista indiscusso della nostra immagine, il “punctum” di tutto quello che mostriamo al mondo. Nonostante ciò, ho preso qualche contraccolpo.

Per tutto il giorno ho veleggiato nei corridoi del mio ufficio come se fossi un’enorme bocca rossa stile “Rocky Horror Picture Show”, che spicca in tutto il suo vermiglio splendore nel buio della notte. Il Rosso Moana si è impossessato di me: Lui mi faceva fare e dire cose, Lui aveva una volontà tutta sua.

Nel tempo ci ho fatto l’abitudine e sono riuscita a mediarne gli effetti, ma ricordo la mia prima volta col Rosso Moana come una sorta di evento paranormale.

Adesso lo uso nelle giornate particolarmente mosce, quando voglio darmi una scossa e farmi abitare dallo spettro di questo colore così esuberante.

Poi un giorno vi parlerò anche del Robert Smith Red: ma quella è tutta un’altra storia :-)

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Apologia della moquette.

Rimpiango molto la tv analogica. Da quando siamo passati al digitale terrestre, ho perso il gusto di girovagare fra le tv locali: credo di poter dire di aver preso coscienza del concetto di “globalizzazione” solo adesso che abbiamo svariate migliaia di canali televisivi a disposizione.

Perdonatemi se vi suono giurassica, è solo che un tempo lo zapping fra le emittenti locali era una fonte di cultura inesauribile, per me. Una cultura popolarissima, ma fondamentale.

In un caldo dopopranzo di qualche decennio fa, ad esempio, ho conosciuto Bruce Lee.

Bruce Lee è un beniamino delle reti locali: fino a qualche anno fa, i suoi famigerati film dal doppiaggio selvaggio (Bruce comincia a parlare e il suono comincia a sentirsi quando l’inquadratura è già passata al viso dell’anziana brutalizzata dal cattivo di turno) e dal titolo che prende due righe (“L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente” – “Way of the Dragon”, in originale) giravano a ciclo continuo sulle varie emittenti regionali e credo di averli visti più o meno tutti, sia quelli in cui era il vero Lee a recitare, sia quelli in cui in realtà compare un sosia.

E’ proprio in uno di essi (quello che vi ho citato più su) che compare la mitica scena del combattimento fra Bruce Lee e Chuck Norris (“Se Chuck Norris non esistesse, si inventerebbe”) fra le rovine del Colosseo. Fra un “Uuuuuuuuh!” e un “Ooooaaaaaah!” dei protagonisti, si giunge alla famigerata sequenza dei peli. Bruce Lee sta combattendo alla pari con Chuck (“Chuck Norris può accedere a internet da un walkie talkie”), quando all’improvviso petto-glabro Bruce afferra Chuck (“Chuck Norris non sbaglia mai numero. Sei tu che rispondi al telefono sbagliato”) per i peli del petto, che il futuro Walker Texas Ranger ha rigogliosamente (e, per l’epoca, orgogliosamente) ricci. Il punto che preferisco è l’inquadratura dopo, quando sul volto di Chuck (“Chuck Norris puo’ accartocciare una bottiglia di vetro con le mani”) si dipinge il terrore puro di chi sa che sta per farsi molto, molto male.

Tutto questo panegirico per dirvi: grazie a questo film ho compreso l’eterna lotta fra i glabri e gli irsuti. E’ un conflitto atavico, senza esclusione di colpi. Nella scena di un film, l’intero mondo si divide a metà: da un lato, quelli che si ungono di olio per dare risalto ai propri muscoli; dall’altro, quelli che se si ungono di olio al massimo si idratano il vello.

Noi donne, che conosciamo il supplizio della Brazilian Wax, davanti a questa scissione siamo a nostra volta scisse: il partito di quelle che “a me i peli maschili fanno schifo” (testimonial, Elisabetta Canalis) e la fazione di quelle che “W la Moquette!” (portabandiera, molto più modestamente, io).

A volte credo di non rendere un grande servigio al mio sesso perorando la causa dell’uomo moquettato: dopo tutto, con quello che spendiamo e soffriamo noi per essere ben cerettate, perché mai non dovremmo imporre all’uomo uguali sacrifici?

Però è più forte di me: salvo casi estremi, per me l’uomo deve essere peloso. Mi inquieta, sono sincera, il maschio perfettamente glabro o, peggio ancora, depilato. Forse è per questo che su di me il fenomeno delle boyband non ha mai fatto presa: in tutti i videoclip, dai capostipiti Take That ai minori Boyzone, appaiono questi maschi con camicia aperta e al vento che si muovono sensualmente mostrando addominali scolpiti e non un’ombra di pelo. Io sento proprio un calo di testosterone nell’aria, quando vedo queste immagini.

No, per me il vero maschio è Magnum P.I., che porterà pure le camicie hawaiane, però poi sotto di esse è in pieno rigoglio pilifero. Penso ad un Burt Reynolds, indimenticabilmente irsuto nelle sue dimenticabili pellicole, o ancora a Hugh Jackman, “Mr Pelo Perfetto”, l’uomo che il destino ha voluto come interprete di Wolverine, altro esempio di personaggio non esattamente avvezzo alle pratiche epilatorie.

In ogni caso, tutti i gusti sono gusti e se a voi piace l’uomo depilato, così è giusto che sia: ora, però, facciamo un sondaggio nei commenti? Uomini Glabri contro Uomini Pelosi: palla al centro! 

Ah, ma non vi ho raccontato com’è andata a finire fra Bruce e Chuck (“Quando Chuck Norris si lava i denti, lo spazzolino sanguina”)! …e neanche lo farò: andate a ribeccarvi il filmato su Youtube, e fatemi sapere se non faccio bene a rimpiangere la tv analogica 😉

P.S. per gli aforismi su Chuck Norris (“Chuck Norris ha battuto il tempo in una corsa contro il tempo”) ringrazio il sito http://www.welovechucknorris.it/: visitatelo, è uno spasso!

 

 

 

 

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Parfum d’Amour

“Mmm, che profumo… Cos’è, Notti d’Oriente?”. Il Maresciallo Carotenuto, interpretato da un intraprendente Vittorio De Sica nel film “Pane, Amore e…”, annusava la vera-femmina Donna Sophia Loren e cercava di dare un nome romantico ai di lei feromoni, salvo scoprire che la bella popolana di cui si era invaghito olezzava di una fragranza dal nome meno sensuale, “Lavanda Cannavale”.

Da che mondo è mondo, l’olfatto guida la vita amorosa degli esseri umani quasi più di quanto la vista non riesca a fare. Forte di questo retaggio primordiale, la scelta del profumo che deve accompagnare le mie giornate è un vero e proprio rito: io amo i profumi, perdutamente, ossessivamente. Sono parte di me, sono la mia macchina del tempo, la mia passione inestinguibile.

Ho cominciato ad utilizzare profumi alla veneranda età di 9 anni. Mi ero invaghita di Lou Lou di Cacharel e ogni volta che appariva la pubblicità in tv sobbalzavo sul divano perché credevo che avesse la bottiglina più bella che si fosse mai vista. Siccome, però, non ci fu verso di farmelo regalare, mi accontentai delle acque di colonia, più adeguate alla mia età. La prima aveva il nome di Jessica Rabbit.

Da quando ho potuto scegliere da sola la fragranza di cui volevo odorare, non sono mai stata fedele ad un solo profumo: ricordo un’adolescenza in compagnia di Obsession di Calvin Klein (totalmente inadeguato ai miei 14 anni), accompagnato da Moods di Krizia e Cabotin di Grés. Poi c’è stato Tocade di Rochas, il mio profumo preferito negli anni del liceo, ma sempre assieme ad altri come Amarige di Givenchy e Le Classique di Jean Paul Gaultier (che mi costò due paghette e mi si rovesciò nella scatola tempo tre giorni dal suo acquisto). L’università è stata allietata, fra gli altri, da Hot Couture di Givenchy, Hypnotic Poison di Dior e Happy di Clinique. Il mio primo lavoro profumava di Allure di Chanel, l’ultimo di Alien di Thierry Mugler.

Poi ci sono stati i profumi che ho odiato: a titolo esemplificativo e non esaustivo, Angel di Mugler, Dune di Dior, Le Feau d’Issey, Poison (il primissimo, dalla bottiglina verde) di Dior. Col tempo ne ho rivalutati alcuni, come Shalimar di Guerlain. Vorrei tanto che mi piacesse Trèsor di Lancôme, che ha sempre avuto alcune fra le pubblicità più belle di tutto il settore, ma purtroppo non fa per me. Invece, ho amato invano Poême di Lancôme, che però non sono mai riuscita a possedere.

Fra i maschili, il primissimo Dolce & Gabbana mi ha lasciata accecata dalla passione più e più volte. Cool Water di Davidoff mi ha fatto fare pessimi incontri. Per un indossatore di Nikos Sculpture stavo per fare una follia. Ho amiche totalmente soggiogate da Fahreneit di Dior, qualsiasi versione. Altre sono state sorprese con un Le Fleur du Male di Gaultier colpevolmente addosso.

I profumi hanno contrassegnato intere epoche della mia vita e ricordo quando ho incontrato per la prima volta ognuno di loro: ero a casa di un’amica quando mi fu presentato Far Away di Avon; ho incrociato L’Eaudemoiselle di Givenchy all’Excelsior di Milano; Noa di Cacharel era in una profumeria Laguna, quando mi fu presentato; con Sunflower di Elizabeth Arden ho trascorso l’estate dei miei 15 anni.

Alcuni profumi per me saranno per sempre legati ad una persona: Rive Gauche di Yves Saint Laurent è la mia vicina di casa; mia madre (che pure è un’amante seriale di profumi, come me) è Cabochard di Grés; mio fratello è Antaeus di Chanel; mio padre, la colonia Cacharel Pour Homme; il mio fidanzato, Iceberg Effusion.

Io non vorrei mai legarmi ad un solo profumo: conosco persone che usano Anaìs Anaìs di Cacharel da sempre e ammiro la loro dedizione, ma non fa per me. Ad un certo punto, ho creduto di trovare in Maybe Baby di Benefit il compagno per la vita, ma poi Belle d’Opium di Yves Saint Laurent mi ha distratta. Attualmente, nella mia esistenza olfattiva ci sono più di trenta fragranze, questo è sicuro. Love by Chloé. Rose The One di Dolce & Gabbana. Play di Givenchy. Guess Seductive. Omnia Green Jade di Bulgari (ma ho avuto anche Omnia Amethiste e Omnia Christalline). Non rinuncerei mai a nessuna di loro.

La vita è troppo per breve per amare un profumo solo, non trovate? 

 

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